Juventus: è il muro difensivo il segreto per arrivare al Triplete

Di , scritto il 20 Aprile 2017

Se è vero l’assioma calcistico secondo cui i grandi successi si costruiscono con le grandi difese, la Juventus è sulla buona strada per centrare finalmente quel Triplete sfuggitole appena un paio di stagioni fa. In tutte le competizioni stagionali (Tim Cup, Serie A e Champions League), i bianconeri hanno subìto soltanto 29 reti in 46 gare disputate, con una media di 1,58 gol a partita in fondo al proprio sacco.

Se in Coppa Italia Allegri e i suoi non sono riusciti a tenere mai la porta inviolata, è in Champions che è stata costruita la consapevolezza di poter arrivare fino alla finale e, forse, al trofeo: 10 incontri e appena 2 gol al passivo – Tolisso in Juventus-Lione 1-1 e Nico Pareja in Siviglia-Juventus 1-3, entrambe nel novembre scorso durante la fase a gironi. Per Buffon clean sheet 8 volte su 10, con l’imbattibilità europea salita a 531 minuti dopo lo 0-0 di ieri sera contro il Barcellona. E aggiungiamo pure che, dalle parti di Vinovo, in Champions 5 partite consecutive senza subire gol non si vedevano dal 2013. E rincariamo la dose: in carriera Messi ha segnato a oltre 130 portieri, tra questi non figura il Numero Uno bianconero.

La Juventus è matura e il muro invalicabile della sua difesa ne è una prova inconfutabile. Muro che non è stato costruito soltanto da Buffon, Chiellini, Bonucci e Barzagli, ma al quale ha contribuito anche qualsiasi altro interprete scelto da Allegri per ogni zona del campo: la fase difensiva parte dall’attacco, dalla fase di non possesso, e l’attitudine al sacrificio dimostrata pure al Camp Nou da Higuain, Dybala e Cuadrado (con menzione speciale per Mandzukic, per l’occasione terzino aggiunto in stile Eto’o 2010 con la maglia dell’Inter nel medesimo stadio), è risultata decisiva quanto il tempismo dei difensori nel disinnescare Messi e compagni.

Poi, certo, la buona sorte conta: se la Pulce non si fosse divorata un paio di reti apparentemente già fatte, ora forse staremmo parlando d’altro. Nessuno può dirlo, ma viene spontaneo un nuovo assioma: qualche volta la fortuna assiste davvero gli audaci. E la Juventus audace lo è stata: all’andata, quando ha aggredito immediatamente un Barcellona svagato, e al ritorno, approfittando delle ripartenze concesse dall’avversario per alleggerire il carico portato con lucidità sulle spalle della retroguardia. Qualche inevitabile sbavatura c’è stata, ma la sensazione era una: la Juventus non avrebbe preso gol nemmeno se il Barça ci avesse provato fino a stamattina. E il fatto che ieri sera è stata solo la seconda volta che in stagione i blaugrana sono usciti dal proprio stadio senza segnare, è ennesimo indizio di quanto la Juve possa ancora fare.

I detrattori diranno che il Barcellona è a fine ciclo, che Messi è in curva discendente, che Iniesta è sul viale del tramonto e che manca uno come Xavi al suo fianco. Per non parlare di come si tira a campare quando un allenatore, nello specifico Luis Enrique, rassegna le dimissioni a 4 mesi dalla fine della stagione. Sì, il Barça magari non è quello di 7 anni fa, e ci mancherebbe, ma un maxi ciclo lungo 11 anni (con l’ultima Champions alzata appena 2 anni orsono) è cosa rarissima nel calcio moderno. La resa, presto o tardi, doveva arrivare. E non è detto che sia una resa definitiva.

La Juventus, dunque, anche in virtù di questa considerazione, può godersi l’accesso alla settima semifinale della sua storia nella nuova formula della Coppa (nei 6 precedenti, 5 volte ha centrato almeno la finale). Domani alle 12 appuntamento a Nyon per l’ultimo sorteggio: dall’urna uscirà una tra Real Madrid, Atletico Madrid e Monaco, ultimo doppio scoglio da superare per raggiungere il Millenium Stadium di Cardiff il 3 giugno prossimo.

Fonte: Sportmediaset 

 



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