Pioli-Inter: le ragioni di un esonero che ha poche ragioni

Di , scritto il 10 Maggio 2017

La notizia dell’esonero di Stefano Pioli, arrivata nella tarda serata di ieri e accompagnata dal comunicato ufficiale sul sito dell’Inter, ci ha preso un po’ in contropiede. I risultati recenti dei nerazzurri sono sotto gli occhi di tutti e rappresentano l’unico motivo valido per decidere un cambio di panchina; in definitiva, sono la sola ragione valida nello sport: se non si vince, si paga e si cambia. Ma le tempistiche e la storia complessiva di questa stagione interista, unite alla rincorsa europea ancora viva – seppur con ormai flebili speranze – ci spiazzano.

L’annata interista era partita con il clamoroso cambio di panchina a due settimane dall’inizio del campionato: via Mancini, inviso all’allora presidente Thohir, dentro De Boer. Un azzardo pagato caro vista la fretta, l’inesperienza linguistica e calcistica dell’olandese in fatto di Italia. Si aggiunga a questo un gruppo ritoccato nei suoi interpreti (Joao Mario e Banega per fare un paio di esempi) mai piaciuti del tutto a De Boer che, ovviamente, non aveva fatto il mercato. I risultati non sono stati quelli previsti, l’obiettivo della qualificazione in Champions già compromesso in partenza; poi la delusione per l’eliminazione dal girone di Europa League: un disastro per il quale pagò il tecnico, come sempre accade. De Boer aveva certo le sue colpe, ma minime se raffrontate a quelle della dirigenza (che stava cambiando pelle) e dei calciatori (alcuni dei quali si ebbe il sospetto fondato remassero contro).

Così arrivò il momento di Pioli: il 6 novembre la rescissione con la Lazio, due giorni dopo la firma con l’Inter. La pausa per la Nazionale servì al tecnico emiliano per preparare il derby, esordio di fuoco: 2-2 finale e buone sensazione da parte di tutto l’ambiente. Dal 20 novembre al 19 febbraio, per Pioli una marea di punti: 31 su 39 in 13 partite, con la porta di Handanovic rimasta inviolata 7 volte – soltanto 7 reti al passivo – e un bottino di 10 successi (9 dei quali a fila), 2 sconfitte e 1 pareggio. L’Inter pareva aver trovato la quadratura giusta per una rincorsa Champions difficile ma a quel punto possibile. Da ogni parte elogi, la squadra coesa e in forma, Icardi trascinatore, Perisic, Candreva e Banega i suoi alfieri, Pioli l’architetto perfetto con una media punti superiore addirittura a quella di Mourinho.

Poi un black out praticamente inspiegabile: dal 26° turno al 35°, ultima tappa dell’avventura interista di Pioli, un buio via via crescente che ha inghiottito speranze e certezze dei nerazzurri. In 10 gare la miseria di 2 vittorie (1-5 a Cagliari e 7-1 all’Atalanta con l’illusoria convinzione di aver passato il peggio): nelle ultime 7 uscite ben 5 k.o. e soltanto 2 pari, con 20 reti subite. Al 19 febbraio l’Inter aveva messo insieme 48 punti, da quel dì a oggi soltanto 6. Un ruolino che ha finito per allontanare anche le residue speranze di centrare l’accesso diretto alla prossima Europa League. Di qui la decisione di Suning di licenziare Pioli a 3 giornate dalla fine della Serie A (forse anche per via di un presunto accordo di massima tra l’allenatore emiliano e la Fiorentina), affidando come a inizio stagione la panchina al tecnico della Primavera, Stefano Vecchi.

Un film già visto che non cambia il pensiero di fondo: può essere soltanto colpa di Pioli se la squadra sta vivendo una picchiata di questa portata? Certamente no, e lo si era letto da ogni parte a margine dell’ultima sconfitta di Marassi per mano del Genoa: giocatori non all’altezza di vestire la maglia interista, Candreva che chiede scusa e via di questo passo. L’Inter sembrava avere basi solide, non soltanto economiche, per crescere nel prossimo futuro. Non è così: per l’ennesima volta si deve ricominciare da capo. Da un nuovo allenatore. Da un tecnico che, presumibilmente, avrà a sua disposizione gran parte del parco giocatori che hanno avuto De Boer e Pioli. E a un certo punto, come si diceva un tempo, dalle rape non si cava il sangue. Nemmeno se ti chiami Conte, Spalletti o Simeone; nemmeno se a supportarti c’è una vecchia volpe navigata come Sabatini.



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