Portogallo campione d’Europa: quando comandano gli underdog

Di , scritto il 11 Luglio 2016

Portogallo Portogallo -Francia 1-0 d.t.s.

109′ Eder

Partiamo subito con il ribadire che questo Europeo di calcio è stato lo spot perfetto del mondo capovolto o, al limite, delle rivincite storiche. Sì, decisamente: Euro 2016 va in archivio con il Portogallo campione per la prima volta, un Portogallo dato ovviamente per sfavorito perché doveva vedersela contro i padroni di casa della Francia. Già qui, in questo ultimo assunto, ci sarebbero gli estremi per fare notte con tutti i possibili temi da trattare: il Portogallo che non aveva mai vinto nulla di importante fino a ieri sera (la bella incompiuta di sempre, tipo i loro cugini spagnoli fino al 2008) o la Francia che non perdeva un torneo casalingo dal 1960.

Più in generale, la finale tra Portogallo e Francia è stata la cartina tornasole della stagione pallonara 2015-2016: dalla vittoria in Premier League del Leicester, passando per l’Atletico Madrid di Simeone approdato in finale di Champions eliminando i marziani del Barça e quelli del Bayern, è diventato via via sempre più chiaro che stavamo vivendo l’annata degli underdog, di chi non gode dei favori del pronostico. Ce ne fosse stato ancora bisogno, il concetto è stato ribadito dal cammino della Polonia e dell’Irlanda, clienti ostiche per Portogallo e Francia negli ottavi; dalla cavalcata sorprendente di Galles e Islanda, che si sono rispettivamente portate a casa lo scalpo di Belgio e Inghilterra; dalle imprese dell’Italia che ha battuto la Spagna dopo 22 anni, della Germania che ha battuto l’Italia per la prima volta in gare che contano, della Francia che ha battuto la Germania dopo 58 anni.

E poi l’underdog per eccellenza: il Portogallo. Ripescato come migliore terza dal Gruppo F, andato avanti per inerzia con più pareggi che tiri in porta, in grado di vincere soltanto una gara nei novanta minuti regolamentari (la semifinale contro il Galles). I lusitani erano gli sfavoriti per antonomasia, il che fa sempre sorridere pensando che in campo hanno uno tra i giocatori più forti del mondo, se non il più forte, cioè Cristiano Ronaldo. Ma è chiaro che, nella fattispecie di CR7, il Dio del calcio ha voluto dare e prendere in eguale misura: si è preso parte del legamento collaterale interno del suo ginocchio sinistro (stop forzato di un mese almeno, ma sapete adesso quanto gli importa…) concedendo però in cambio quella Coppa che gli era sfuggita nel 2004 in casa. Allora fu l’underdog Grecia a battere i padroni, ora è toccato al Portogallo chiudere il cerchio nella tana di Pogba e compagni. Ma resta il destino strano di CR7: comunque la si osservi, con la maglia della Nazionale fa sempre un po’ fatica anche lui. Comunque la si voglia girare, una finale degli Europei per lui è sinonimo di lacrime.

Quelle di ieri sono state un misto di dolore prima e gioia poi. Dal colpo proibito di Payet che lo ha costretto a lasciare il campo al minuto venticinque, alla fregola degli ultimi minuti del secondo tempo supplementare, vissuti in panchina accanto al c.t. Santos, in attesa che la rete di Eder portasse finalmente al sogno di una vita. E così è stato, e non poteva che essere CR7 a sollevare per primo il trofeo, ginocchio fasciato o no. Lui, che sfavorito non lo è più stato da quando è uscito dalla povertà di Madeira per calcare il solco tracciatogli dal destino. Lui, che con la doppietta Champions-Europei (insieme al compagno Blanco Pepe) si mette forse in tasca e con anticipo il Pallone d’Oro – alla faccia di Messi e del suo rigore fallito nella finale di Copa America persa con il Cile. Lui, che da ieri ha fatto meglio di Eusebio, la leggenda del calcio portoghese.

Dunque viva gli sfavoriti, viva gli underdog. Viva Rui Patricio, portiere semi imperforabile, prodigioso in finale; viva Pepe, monumentale come mai prima (e giustamente ieri sera man of the match); viva Renato Sanches, lieta novità che oscilla tra i 18 e i 23 anni; viva Eder, centravanti scarso quanto basta per diventare fenomeno e salvatore della Patria quando conta davvero; viva Cristiano Ronaldo, che ha fatto pace con il passato; viva Fernando Santos, c.t. saggio e sgobbone e fortunato. Serve anche la buona sorte, ovviamente, per scrivere la storia. Pardòn: la Storia.



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